Storie & Leggende

 

 

La caccia notturna

(S. Giovanni di Polaveno)

Tempo fa, in localita' Gremone, vicino a S. Giovanni di Polaveno, era usanza dei contadini ritrovarsi la sera sotto il porticato della casa per parlare del buono o del cattivo tempo. Una sera di settembre un gruppo di paesani si era ritrovato, come al solito, nell'aia della cascina attendendo l'ora per andare a dormire. Mentre le donne filavano, gli uomini parlavano della caccia che si era da poco riaperta. Ad un tratto si senti un rumore di cani che inseguivano la preda e si ud�chiaramente la voce di un uomo che gridava per incitarli. Chi poteva essere a caccia a quell'ora? Ormai stava scendendo il buio e la caccia sarebbe stata poco fruttuosa. Antonio, uno dei contadini, Si alz�dalla sedia e grid�con aria sorniona:
- Ehi cacciatori! Mi sentite?
- Certo che ti sentiamo; cosa vuoi? - rispose una voce dal bosco.
- Se fate buona caccia portate una coscia anche a me - continu�Antonio.
- Va bene! - replic�la voce; poi la caccia continu� Scese la notte e tutti andarono a dormire. II giorno dopo Antonio si risvegli�e si apprest�ad andare al lavoro, ma, aperta la porta, trov�un'orribile sorpresa: inchiodata alla porta, sul lato esterno, vi era una gamba umana ancora sanguinante.

Si dice che Antonio viva ancora, e se non credete a questa storia andate a trovarlo, egli stesso confermerà





Il cavallo invisibile

(Polaveno)

Maria stava tornando a casa come sempre, ma quella sera aveva particolarmente fatto tardi e quindi si affrettava a coprire le poche centinaia di metri, sul sentiero di montagna, che ancora la separavano da casa sua.
Come tutti i venerdì si era recata a piedi dal paese nel quale abitava fino al mercato di Gardone, dove si era attardata facendo visita ad una parente. Era sceso il buio ed era suonata l'Ave Maria; i passi della ragazza risuonavano sul selciato della strada.

Ad un certo punto alla donna parve di sentire

Martina ve zo én cantina

(Etto di Pezzaze)

C'era una volta una ragazza di nome Martina, che viveva con genitori, una sorella ed ii nonno in una cascina in montagna. La ragazza era molto affezionata al nonno tanto che, quando per lui giunse l'ora di morire, volle farsi promettere a tutti i costi che, dopo la sua morte, egli sarebbe tomato per riferirle come si stava nell'aldila.
Ma il nonno non ne voleva sapere e diceva:
- Non chiedere mai di fare queste promesse a chi sta per morire!
Ma tanto la ragazza insistette che riusci a strappare al nonno, prima che morisse, la fatidica promessa.

Dopo i funerali i giorni passarono tranquilli per Martina e la sua famiglia, finch�una notte, verso la mezza, la ragazza, che faticava a prender sonno, udi una voce tenebrosa provenire dal piano di sotto:
- Martina, Martina, ve zo én cantina!
La ragazza riconobbe subito nella voce quella del nonno, ma dalla paura non Si mosse dal letto e si strinse piu' forte alla sorella che dormiva insieme a lei.

Quando venne giorno Martina non raccont�niente ai genitori e alla sorella, per paura di essere presa in giro, e si convinse di avere sognato. Ma la notte seguente la voce si fece risentire:
- Martina, Martina, ve zo én cantina!
E siccome la ragazza non si muoveva, la voce tornò a chiamarla:
- Martina, Martina, ve zo én cantina!
Era talmente insistente che se ne accorse persino la sorella, ma nessuna delle due voleva muoversi dal letto. Finalmente Martina disse:
- Vado a vedere che cosa vuole! - Prese il lume a petrlio dal comodino e, tutta tremante, scese le scale di legno che portavano nella sottostante cantina.

Mano a mano Si avvicinava alla porta semichiusa della cantina, la ragazza sentiva sempre più freddo, come se si apprestasse ad entrare in una ghiacciaia. Ma la voce si fece risentire:
- Martina, so che én cantina! -

Improvvisamente una folata di vento spense la lanterna e, in mezzo al buio, Martina senti una mano freddissima prenderla per il polso e trascinarla verso la porta della cantina. Allora la ragazza si mise a chiamare a gran voce la sorella:
- Piera aiuto! I morti mi portano via con loro! -. Queste parole fecero balzare la sorella di Martina fuori dal letto e correre gi in fondo alle scale, dove trovò la sorella terrorizzata che lottava con questa mano; allora si mise a tirare con tutta la forza che aveva dalla parte opposta, fino a che la mano del morto non mollò la presa, e subito tutte e due corsero in camera dei genitori a raccontare l'accaduto.

Quella notte nella casa fu tutto un susseguirsi di colpi alla parete e di rumori strani, ma, il giorno dopo,i genitori di Martina fecero dire una messa in suffragio del nonno e da quel giorno non si senti più nulla.

un altro suono nella notte che non era quello delle sue scarpe; ogni volta che si fermava e si voltava indietro non riusciva a distinguere nulla, ma quando riprendeva a camminare sentiva chiaramente il rumore degli zoccoli di un cavallo. Spaventata si mise a correre ed il rumore degli zoccoli si fece pi intenso.
Maria aveva ormai il cuore in gola e i passi del cavallo erano ormai talmente vicini che poteva sentire l'alito dell'animale sulla schiena; tuttavia girandosi a tratti, durante la corsa, non vedeva mai nulla alle sue spalle.
Finalmente riusc�a rifugiarsi in casa, promettendo di non uscirne pi durante la notte.

Ma puntualmente ogni sera i passi del cavallo si facevano sentire e sul terreno fangoso antistante la porta si potevano notare tracce di zoccoli invisibili. Allora la mamma di Maria decise di fare celebrare una messa in suffragio dei morti e da quel giorno i passi del cavallo fantasma non si sentirono più.




La bambina dei biscotti

Da sempre durante dei campi Scout, si sente all'interno di qualche tenda qualcuno che racconta questa storia, ovviamente giurando di averla sentita a sua volta da qualuno che conosceva benissimo i fatti e che aveva l'aveva vissuta in prima persona.

"Qualche anno fa, durante un campeggio Scout, una bambina si presentava ogni giorno presso i ragazzi. Era tutta vestita di bianco, bionda e dal sorriso angelico, e candidamente chiedeva dei biscotti da mangiare. Era ormai diventata un’amica per i giovani, che oramai la aspettavano con un malcelato sorriso derivato dall’insolita situazione. Addirittura mettevano da parte i biscotti da darle, e spesso si intrattenevano a parlare con lei, nonostante la sua timidezza la facesse apparire un po’ silenziosa.
Dopo una settimana i capi scout andarono al paese più vicino per fare rifornimento di cibo. Entrarono nel supermercato, fecero spesa e al momento di pagare si accorsero che dietro al bancone era appesa la foto della bambina dei biscotti.
Incuriositi chiesero al negoziante indicando la foto: “E' sua figlia? Viene sempre da noi a mangiare biscotti!”. Il negoziante diventò pallido in volto e rispose: "Non è possibile... mia figlia è morta sette anni fa!"

La leggenda prende chiaramente spunto, se non da costituire quasi una variante della più nota leggenda dell'
autostoppista fantasma. Anche qui abbiamo una vittima innocente, stavolta addirittura una bambina, vestita di bianco, simbolo di purezza ma anche il colore tradizionale dei fantasmi.
Anche qui la scoperta avviene per caso e soprattutto tramite una foto. Ancora i genitori ad annunciare la morte della propria figlia. Cosa c'è di più triste di un genitore a cui è morta la propria figlia?





Sotto le pietre di S. Rocco

(Gardone Val Trompia)

Fu nel 1400 che Bartolomeo Colleoni fece erigere, sui resti della rocca di Riperto, la chiesetta di S.Sebastiano, che venne in seguito dedicata a S. Rocco.

Posta sopra ad un costone, che ammantato di verde sovrasta Gardone, la chiesetta di s. Rocco �sempre stata meta di numerose passeggiate e il simbolo di Gardone Val Trompia, visibile com'�appena usciti dalla strettoia di Ponte Zanano.
La sua posizione strategica non era sfuggita neppure ai soldati dell'impero romano che a quanto pare, in tempi passati, costruirono, sopra il costone roccioso, una torre di guardia.
Questa torre avrebbe poi dato origine, con il modificarsi della parola Guardia in Guarda e poi in Guardione, al nome originale del capoluogo triumplino.

"Anche questa chiesa, come tutte le cose antiche", scrive Gasparini in un articolo apparso sul Giornale di Brescia, "ha il suo alone di mistero" e probabilmente si riferiva al famoso passaggio segreto di S. Rocco.
Raccontavano i nostri nonni, e tuttora si sente dire, che dalla vecchia chiesetta di S. Rocco si diparte un occulto cunicolo sotterraneo che, dopo essersi snodato per tutta la collinetta sottostante la chiesa, va a sboccare, a detta di diverse e divergenti testimonianze, per alcuni vicino al comune, per altri o sotto la villa Mutti Bernardelli oppure addirittura nella chiesa del Convento.
Ovviamente il tutto è supportato da testimonianze del tipo: "Hanno trovato", oppure: "Ci sono stati".

A questo punto �naturale domandarsi: "Dobbiamo credere all'esistenza di un passaggio sotterraneo che permetta di superare i 120 metri di dislivello che separano il santuario dall'abitato di Gardone?".

Pare che gli anni 1985/86 siano stati abbastanza fruttuosi per i "cultori" del cunicolo di S. Rocco. Leggiamo cosa scrive la squadra di protezione civile dell'AGESCI che nel settembre del 1985, in collaborazione con il GEGP di Magno, ha compiuto alcune ricerche in questa direzione.
"Numerose indagini in questo settore dovevano portare alla presunta individuazione dell'entrata del cunicolo, posta sulla parete sinistra dell'abitazione del custode sul retro della chiesa.
Ottenuti tutti i permessi, il muro venne abbattuto. Del passaggio segreto non venne trovata traccia.
Si scopr�soltanto l'esistenza di una piccola stanzetta murata a pianta quadrangolare, larga un metro e alta due, con il soffitto ad arco ribassato.
Si �pure scavato per un buon mezzo metro sotto il pavimento della stanza fino a toccare la roccia sottostante, senza per�trovare nessuna traccia di eventuali gradini o pozzi interrati, come riferito da diverse testimonianze.
Sono stati anche esplorati, in seguito, alcuni cunicoli venuti alla luce durante i lavori di scavo, sia in via Zanardelli che sotto il manto stradale di via Matteotti, senza per�raggiungere risultati concreti.
Nel luglio del 1986 si giunse alla decisione di chiedere la collaborazione di una sensitiva di Milano, specializzata in ritrovamenti di persone.
Essa ci disse che il cunicolo si dipartiva circa dieci metri sotto la chiesa proseguendo poi, alla profondit�di quindici metri, fin sotto all'abitato di Gardone che essa, in un'immagine mentale, non vedeva come paese, ma come una grande zona paludosa. Da qui la seconda spiegazione possibile dell'origine del nome Gardone V.T., derivante dalla parola celtico-ladina Ward-Warda (Zona lacustre)".

In riferimento a questo fatto, riportiamo quanto scrisse, in un suo rapporto, un cronista radio-televisivo di una emittente locale gardonese, presente sul luogo durante l'intervento della sensitiva. "Essendosi portata dietro la casa del custode, la sensitiva utilizzava nelle sue ricerche una forcella metallica, che si spostava mano a mano veniva indicato il percorso del cunicolo sotterraneo. Potei constatare personalmente che il movimento della forcella non poteva essere trasmesso in alcun modo non visibile dalla mano di chi la teneva, eppure la forcella subiva dei movimenti circolari allorché ci si avvicinava all'ubicazione del cunicolo.
Giunti alla base del campanile, vedemmo che la sensitiva era presa da brividi di freddo e, toccandole una mano, ebbi occasione di constatare che la sua temperatura corporea si era notevolmente abbassata.
Quello che disse in seguito siamo liberi di crederlo oppure no, ma i fatti riscontrati ed i fenomeni fisici manifestati sul luogo non sono frutto della pura fantasia di chi scrive.
Essa dichiar�che percepiva la presenza, molto al di sotto della chiesa, ad una profondit�di circa 16 metri sotto il campanile, di una stanza vuota, come una vecchia cascina di montagna, seppellita forse da una grossa frana, nella quale sentiva e vedeva mentalmente la presenza di alcuni cadaveri, probabilmente coinvolti e rimasti sepolti con la frana nella loro casa.
Quando chiedemmo ulteriori spiegazioni, ci disse che gli scheletri erano 3: di un uomo e di una donna i primi due, mentre il terzo non sapeva identificarlo con esattezza. Concentrandosi meglio, afferm�che percepiva il pianto disperato di un bambino... Cosa sia accaduto realmente tempo fa sopra la collina di S. Rocco forse non lo scopriremo mai; purtroppo il tempo a disposizione della sensitiva era limitato e non siamo riusciti a sapere altro".

Rimane il fatto che il mistero del cunicolo di S. Rocco è restato insoluto fino ai nostri giorni.

 


 LO SPIRITO SCOUT RICORDO DEL CAMPO Dl CONCENTRAMENTO

Nel lager “Rottwall” A/N tutto sembrava procedere nella normalità; dalle baracche uscivano ovattati melanconici canti e brusii di voci. Erano i deportati di tutti i paesi europei che alla sera appollaiati su rudimentali panche rivolgevano il pensiero alle loro case: erano italiani, francesi, olandesi, russi, polacchi ed armeni.

Fuori la neve cadeva lentamente. Ad un tratto un portone si aprì ed uscirono armati di tutto punto i nostri carcerieri: le tristemente famose “SS". Erano tanti i soldati che in brevissimo tempo accerchiarono alcune baracche abitate dai polacchi. Fecero uscire tutti come si trovavano e con le mani dietro la schiena. Schierarono sul piazzale 45 giovani. Dalla torretta centrale un faro illuminò la scena a giorno.

Che cosa stava succedendo? Perché tutta quella messa in scena? Tutti noi ci chiedevamo cosa significasse quella parata.

Era stato compiuto un sabotaggio ed una SS aveva creduto di individuare l’autore in un polacco; ma poiché non era possibile ricercare il vero colpevole procedettero alla decimazione come loro consuetudine.
Furono scelti, con la funebre conta, dodici giovani. Era freddo e non ci fu pietà per nessuno di loro: con i mitra spianati imposero a questi martiri di consegnare loro tutto quanto avessero: vestiti, documenti, orologi ecc. e ad uno ad uno furono spogliati di tutto.

A un certo punto però, mentre un sottufficiale perquisiva il portacarte di un giovane polacco avvenne qualcosa di strano: il tedesco cominciò ad inveire verso il deportato e, accompagnandolo con calci e schiaffi, lo allontanò dal gruppo. Il giovane naturalmente, terrorizzato dalla paura scappò nel buio tra il dedalo delle baracche. Gli altri purtroppo ebbero poco tempo per riflettere che già erano sui camion sigillati, per fare il loro ultimo viaggio.

Il polacco allontanato dal gruppo era un mio amico, veniva da Varsavia dove abitava con i genitori ed una sorellina, dei quali non sapeva più nulla. Era un bravo ragazzo con tutti e di conseguenza fu naturale organizzare un piano per tenerlo nascosto. Lo rintracciammo semi assiderato vicino ai reticolati dell’alta tensione: lo trasportammo nella nostra baracca e riuscimmo a farlo riavere. Lo nascondemmo tra i pagliericci e lì trascorse la notte.

La mattina per una fatalità che spesso si verificava nel campo a causa di qualche individuo privo di carattere e di fede che vendeva ai carcerieri i propri compagni, il sottufficiale seppe che il polacco era nella mia baracca e non appena la vita mattutina ebbe inizio apparve alla porta. Noi volevamo tenere ancora nascosto l’amico polacco, ma egli non volle rischiare a vita dei suoi salvatori e si presentò a testa bassa davanti alla SS pronto alla sua sorte.

A questo punto nel silenzio più assoluto, sotto gli sguardi attoniti di alcuni di noi che si trovavano nella baracca, il tedesco tirò fuori dal taschino un cartoncino e consegnandolo all’amico polacco gli disse:"In gioventù anch’io ho fatto parte dell’associazione tedesca, poi le cose sono cambiate e così molti dei giovani di allora se ne sono dimenticati. Buona fortuna!”.

Il deportato guardò il cartoncino e lentamente le lacrime scesero dai suoi occhi: era la tessera degli scouts polacchi che il tedesco aveva tolto dal suo portafoglio mentre lo perquisiva.

Nel momento in cui tutto il mondo era proteso alla più crudele lotta per la sopravvivenza, quando la vita dipendeva quasi sempre dal numero di pallottole che uno aveva a disposizione, il nobile spirito scout aveva fatto un miracolo.


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